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Dr. Jekyll & Mr. Hyde

Jekyll & Hyde è uno studio di graphic design e comunicazione visiva fondato a Milano dal 1996 da Marco Molteni e Margherita Monguzzi. Molti dei progetti realizzati in questi anni hanno ottenuto premi e pubblicazioni, tra cui nel 2007 l’esposizione a The New Italian Design – Il paesaggio mobile del nuovo design italiano alla Triennale di Milano, nel 2008 il premio The Icograda Excellence Award alla 23rd international Biennale of Graphic Design Brno, nel 2010 un bronzo dell’Art Directors Club Italiano nella categoria below the line.

Come nasce jekyll & hyde?
Dopo percorsi formativi e professionali diversi ci siamo incontrati lavorando come freelance in alcune agenzie e abbiamo scoperto di avere in comune il modo di intendere questo mestiere. Entrambi volevamo realizzare progetti che non rinunciassero ad essere alti, magari capaci di sperimentare nuovi linguaggi grafici, e che sapessero farsi partecipi degli obiettivi immediati dei clienti.

Come viene affrontata una giornata in studio da voi?
Se non ci sono scadenze nel giorno stesso, con una certa tranquillità, iniziamo navigando su vari blog di arte, design, moda, e commentiamo insieme quello che troviamo più interessante. Il nostro è piccolo studio e ci piace avere un approccio “orizzontale” dove tutti quelli coinvolti in un progetto lavorano sia sulla parte creativa sia su quella operativa, ci capita di scambiarci i file e lavorare a più mani sulle stesse cose, cercando sempre di migliorare i progetti o di guardarli da un altro punto di vista per trovare nuove soluzioni.

La minuziosa cura del dettaglio per ottenere un prodotto complesso e armonico sembra essere la vostra parola chiave.
Si, spesso siamo ossessionati dai particolari e questo modo di lavorare è “particolarmente” faticoso. Il nostro desiderio è che ogni singolo elemento oltre che essere in relazione formale con gli altri, sia in funzione del messaggio da comunicare, del concetto che è alla base del progetto. Ci diverte anche molto giocare con il processo nella definizione del risultato finale e dei singoli dettagli. Insomma in quello che facciamo molto poco è lasciato al semplice gusto personale.

La personalità di un designer si manifesta quando riesce a utilizzare nuovi linguaggi per comunicare dei concetti già discussi. Parlateci della vostra ricerca a riguardo.
Fin dagli inizi abbiamo deciso di non avere uno stile visivo, ma di adattare il nostro linguaggio alle esigenze dei clienti. Facciamo molta fatica a fare due volte la stessa cosa, ci piace cambiare, trovare soluzioni che siano distintive per il cliente con cui abbiamo a che fare in quel momento.
In questa nostra voglia di provare, cambiare, sperimentare siamo stati facilitati dall’estrema varietà dei nostri clienti che vanno dalla musica all’arte contemporanea, dalla tecnologia alla moda.
Siamo convinti che questo è un mestiere che si impara facendolo, ci siamo quindi creati anche un occasione in più per crescere professionalmente, uno spazio di sperimentazione che si chiama see nothing, dedicato alla produzione di materiale autopromozionale. See nothing è un’indagine su tutto quello che riguarda la non visibilità, il ribaltamento tra figura e sfondo, la decostruzione e la disattesa dei cliché visivi, l’utilizzo insolito dei codici socialmente condivisi, praticamente è una ricerca sul contrario di quello che siamo chiamati a fare abitualmente e quindi ci ha naturalmente costretto a cercare nuove soluzioni e nuovi linguaggi.

Raccontateci i vostri punti di vista sul mestiere del graphic design in Italia.
Si rischia di cadere nei luoghi comuni rispondendo a questa domanda. Il difetto principale dell’Italia è che spesso le nostre competenze come progettisti grafici non sono così (ri)conosciute, il risultato è che siamo tutti circondati quotidianamente da una grafica piuttosto avvilente. I clienti fanno ancora fatica a riconoscere la qualità e i vantaggi che ne possono trarre.

Non avete mai pensato di trasferirvi in un paese con una cultura visiva differente da quella italiana?
ui dont spic englisc però parliamo bene l’etrusco. L’estero e in special modo paesi come l’olanda o la svizzera ci piace immaginarli come luoghi delle belle meraviglie per la nostra professione. In questi anni abbiamo avuto esperienze di lavori con clienti stranieri e l’esperienza è stata positiva (nonostante le premesse linguistiche).

Quali sono i vostri interessi al di fuori dell’ambito lavorativo?
Di base per fare questa professione bisogna essere molto curiosi e fare molte esperienze diverse, cercando sempre di imparare cose nuove. Le nostre diverse storie e personalità ci hanno portato ad avere interessi che vanno dai videogiochi all’arte dei bonsai, dai viaggi alla panificazione, dalla lettura al windsurf. Ultimamente ci siamo organizzati in modo da poter dedicare insieme alcuni momenti lavorativi alla visita di mostre d’arte contemporanea.


Frush

Le Frush sono due: Giuditta e Claudia. Una milanese, una romana, si sono incontrate a metà strada, a Firenze nel gennaio 2009. Il nome ha una natura bilingue italiana-inglese: è un’onomatopea inventata che richiama il fruscío della carta e un termine gergale inglese che significa “rompere in mille pezzi”. Queste due accezioni ben rappresentano la filosofia dello studio: dalla carta, elemento che rappresenta la tradizione e punto da cui scaturisce ogni progetto, alla rottura degli schemi precostituiti del progettare, arrivando alla sostenibilità nel design.

Come nasce la vostra imprescindibile attenzione verso la sostenibilità del design?

Il punto nodale per noi è stato l’incontro con Sophie Thomas dello studio londinese Thomas.Matthews. Dopo aver letto un’illuminante intervista e aver assistito al suo  intervento “Designing towards elegant frugality” durante la Conferenza Internazionale Multiverso (Torino 2008 World Design Capital), abbiamo sentito il desiderio di fondare uno studio di comunicazione improntato alla sostenibilità, approccio che per noi costituisce l’anello di congiunzione tra la dimensione privata e quella professionale. La sostenibilità in primis è uno stile di vita e non può prescindere dall’adozione di comportamenti quotidiani. Nel nostro lavoro e più che mai in Italia, la sfida è far comprendere ai clienti l’impatto ambientale legato all’attività del comunicare. Nonostante l’attenzione e la sensibilità crescente verso queste tematiche, per molti rimane un concetto sfuggente o ritenuto marginale. Se si esamina, ad esempio, il settore della stampa si intuisce come l’impiego di risorse, di energia e gli sprechi connessi siano assai elevati.

Solitamente il progettista è tra il cliente e lo stampatore, cioè tra incudine e martello…

Il designer è l’interfaccia tra cliente, fornitore e utente. Si trova quindi in una posizione di forte responsabilità: tramite le scelte che compie ha la possibilità di sensibilizzare le persone con cui entra in contatto e, attraverso i propri progetti, di influenzare e modificare la realtà che lo circonda. Mettere in atto una comunicazione pensata e veicolata in modo sostenibile richiede maggiore sforzo in fase di ideazione e di ricerca, ma non incide negativamente sui costi. A nostro giudizio è importante coinvolgere attivamente clienti e fornitori durante la progettazione. Questa attività porta spesso a soluzioni che si possono discostare sensibilmente dalle esigenze manifestate in prima istanza. Cerchiamo di sfruttare ciascun strumento comunicativo per la peculiarità che offre. Concretamente tendiamo ad “asciugare il segno”, all’essenzialità, all’ironia e alla sobrietà, a contaminare le tecniche, lavorando su elementi adattabili, multifunzionali e durevoli.

Parliamo del  diario delle celebrazioni dei 150 del comune di Firenze.

Si tratta di una pubblicazione che documenta le celebrazioni per il 150° Anniversario dell’unità d’Italia nel Comune di Firenze. Essere chiamati a lavorare per ente pubblico è allo stesso tempo gratificante, interessante e faticoso. I vincoli principali sono stati l’eterogenità del materiale fotografico fornito e dai limiti del budget di stampa. La nostra proposta è stata quella di creare un libretto tascabile, scegliendo un formato che ottimizzasse l’uso del foglio macchina riducendo al massimo gli sfridi di carta. Inoltre abbiamo optato per l’uso di due colori, giocando tutto su tipografia e contrasto cromatico. La carta è certificata FSC (ovvero proveniente da foreste gestite in maniera sostenibile).

Voi fate un vanto (e a ragione) di impiegare materiali ecosostenibili. Cosa pensate dell’educazione dei giovani progettisti in merito? 

Entrambe affianchiamo alla professione l’insegnamento. Siamo docenti del Corso di Comunicazione visiva e grafica presso la Scuola Internazionale di Comics, Accademia delle Arti figurative e digitali. Il confronto con le nuove generazioni è un aspetto molto stimolante, che sprona verso l’aggiornamento continuo. Attraverso l’insegnamento cerchiamo di trasmettere i valori e la filosofia alla quali ci ispiriamo. Ci piacerebbe in futuro attivare un corso o un seminario specifico sul life cyle design nel quale insegnare a valutare già in fase di concept l’intero ciclo di vita di un progetto e che abbia per obiettivi: la qualità, la durevolezza, il riciclo e (non ultimo) il riuso!

La formazione in Italia è…?

Di certo gli aspetti tecnici durante il corso degli studi vengono appena introdotti e molto spesso si approfondiscono solo una volta entrati nel mondo del lavoro: visitare cartiere, tipografie e legatorie sarebbe ad esempio una pratica auspicabile che renderebbe gli studenti consapevoli dei mezzi con cui si opera, delle problematiche connesse agli aspetti  realizzativi e ai materiali che sono, a nostro avviso, di primaria importanza. Noi da non molto ci siamo accostate al mondo della tipografia artigianale. È un ambito che troviamo estremamente affascinante. Alfabeti di legno e metallo, torchi, tirabozze, carte a base di cotone, inchiostri, processi di stampa che ormai il mercato considera obsoleti danno possibilità espressive uniche che il computer non è in grado offrire.

 


Leftloft

Leftloft è uno studio di progettazione grafica e art direction aperto a Milano dal 1997. Come è strutturato?

La vita dello studio è fatta di confronto informale continuo, parole dietro agli schermi o davanti alle stampate, poi ovviamente ognuno ha il suo ruolo. Di base i progetti sono seguiti direttamente dai soci con squadre costruite per il progetto sulla base di competenze e disponibilità, con un mutuo soccorso quando serve.

Parliamo della campagna “Inquino meno vivo meglio” per la Provincia di Milano

La campagna  nasce per comunicare ai cittadini le buone abitudini che contribuiscono alla salvaguardia dell’ambiente. Abbiamo scelto di utilizzare un linguaggio estremamente semplice, lineare, quasi iconico, capace di comunicare in maniera trasversale agli adulti come ai bambini. La città, la casa, il mondo sono rappresentati con illustrazioni pia!e e lineari quasi senza sfumature di colore, ma che sostengono visualmente il messaggio chiaro e preciso. I colori selezionati sono sgargianti, allegri positivi, quelli della Milano in cui vorremmo vivere. Il testimonial della campagna è un personaggio che abbiamo ideato per fare da guida ai cittadini. È un bambino milanese, porta gli occhiali, ha i capelli spettinati e indossa un loden. E’ un monello saputello e in un mondo più grande di lui, insegna agli adulti cosa fare per migliorare il suo futuro e quello di tutti i cittadini. La campagna è caratterizzata dall’assenza di uno slogan vero e proprio, ma da inviti diretti a compiere le buone pratiche. Lo slogan “inquino meno vivo meglio”, ricorda a tutti che modificando di poco le nostre abitudini contribuiamo a creare una ci!à più pulita ed accogliente migliorando la qualità della vita di tutti. Abbiamo cercato di creare una campagna che fosse a sua volta poco inquinante dal punto di vista visivo e che affissa sui muri della città contribuisse a colorarla e in qualche modo ad abbellirla.

Cosa pensate della situazione contemporanea in Italia?

In generale le crisi sono sempre un’occasione di ripensamento e di opportunità, anche questa crisi all’inizio sembrava essere portatrice di molte idee nuove; ma purtroppo intorno a noi non vediamo molti ripensamenti rispetto al modello di sviluppo, solo vecchie rice”e che vengono riproposte sperando che la crisi passi, senza ridiscutere a fondo il motivi per i quali siamo arrivati fin qui. Di conseguenza oggi i sogge”i deboli sono più stressati e spremuti di prima, e anche i grafici ovviamente fanno parte di questa categoria: lavoro ce n’è molto, ma di base pagato poco e dopo tanto tempo e questo non aiuta certo la qualità e la ricerca. D’altro canto le scarse possibilità di stare nel giro con qualche speranza di carriera spingono molti a liberarsi da questi vincoli e a fare cose interessanti ai margini come ad esempio dimostra il fiorire di tutte le autoproduzioni.

Mi sembra che nonostante la crisi ci sia un rifiorire del disegno del carattere in Italia.

Ovviamente si tratta di una pratica di nicchia, di qualche decina di persone, però è una pratica di cui noi italiani siamo custodi da centinaia di anni e che si era persa. Ora però si vede una rapida rinascita, sicuramente la semplificazione tecnologica del processo ha permesso di avvicinarsi a quest’arte a molti, aiutati anche da una crescente offerta formativa ad esempio dal Politecnico e dalla Bauer a Milano o dall’Isia di Urbino. Ora di questa eccezionale capacità dovrebbe accorgersi anche il mercato, sia dei grafici, che troppo spesso non comprano le licenze, che di imprese e istituzioni che in Italia commissionano pochissimi font.

Ora ci sono le 3 domande che da un po di tempo sottoponiamo a tutti: cosa pensate dell’intervento di Vignelli per l’identità di Salerno? del marchio di Inarea per il ministero dell’interno? del marchio per la pubblica amministrazione?

Pensiamo che il design rappresenti nel profondo chi lo commissiona e lo approva, e quindi questi marchi rappresentano ciò che le amministrazioni vogliono come loro immagine, come ad esempio la Cappella Sistina rappresentava il papato o le piramidi i faraoni. Quindi è nel pieno diritto di chi viene eletto o ha responsabilità decisionali chiamare chi vuole e proporre chi vuole. Spesso le scelte dei governanti come in questi casi, non sono apprezzate dai colleghi e questo è segno di una profonda distanza culturale tra la grafica e le istituzioni. E’ un peccato certamente perché esiste un gruppo di professionisti desiderosi di fare il meglio per il proprio Paese e che immagina una comunicazione pubblica di livello, ma sono rare le amministrazioni che capiscono e sanno comprare grafica, e che vogliano farsi aiutare da persone competenti.


La Tigre!!!

Come nasce La Tigre?
In studio siamo in 3: Luisa, Margherita e Walter. Da poco si è aggiunta una bassottina di 5 mesi, Olivia. L’idea de La Tigre nasce nell’estate del 2009. All’epoca lavoravamo tutti in 2 studi milanesi abbastanza conosciuti da qualche anno ma avevamo davvero voglia di provare ad essere indipendenti e di metterci in gioco seriamente. In questo campo ciò che fa veramente la differenza è essere capi di sè stessi. Nonostante dobbiamo moltissimo agli studi che ci hanno formati professionalmente, Leftloft e Zetalab, la voglia di provare ad essere più “liberi” è stata troppo forte per non provare a rischiare; e a fare molta fatica. Le difficoltà ci sono, e non poche, soprattutto nella gestione di aspetti burocratici ed economici prima sconosciuti. La nostra formazione è abbastanza classica, facoltà del design al politecnico e ied.
Se penso a voi penso mappe, pittogrammi, infografiche
Ci piacciono molto anche altre tipologie di progetto oltre all’infografica e all’illustrazione come immagini coordinate e progetti strategici più complessi. La nostra fortuna è che siamo 3 persone molto diverse, siamo complementari. Ci occupiamo di progetti molto diversi fra loro per tipologia pur avendo un substrato comune.
Come nasce la collaborazione con il sole24 ore e come ragionate ogni volta che vi viene commissionato una nuova infografica?
La collaborazione con il sole24ore nasce dalla stima reciproca con Laura Cattaneo, giornalista progettista, con la quale abbiamo lavorato sia per il quotidiano che per La Vita Nova. Abbiamo inoltre iniziato a lavorare assiduamente con la redazione di IL e Francesco Franchi, l’art director, dopo il restyling di qualche mese fa. I lavori di infografica, come quelli di illustrazione, sono molto di “pancia”. Si parte ovviamente dal veicolare l’informazione ma ci piace molto farci suggestionare dagli argomenti da interpretare seguendo stimoli diversi. La seconda parte, last but not least, è quella delle rifiniture, un lavoro davvero certosino di precisione e di massima cura del dettaglio.
Lavorate molto con le mani? intendo bisturi, colori, spray e.. o siete completamente digitali?
Siamo quasi completamente digitali, ci aiutiamo con carta e matita quando si tratta di pensare e immaginare qualcosa, proprio nella prima fase del progetto. Lavorare con le mani non fa molto parte della nostra formazione professionale ma è, piuttosto, una pratica antistress per i momenti liberi.
Raccontatemi delle infografiche fatte per il New York Times
E’ un lavoro al quale siamo molto legati per diverse ragioni.
La prima è che questa collaborazione ha rappresentato per noi il passaggio dalla realizzazione di piccole illustrazioni per quotidiani e riviste (Il Sole 24 Ore, La Vita Nòva, IL, Interni Magazine) e per alcuni clienti (Paterlini, Carlotta Volpi, Pony Bar, Bastard) alla realizzazione di vere e proprie infografiche.
La seconda è che ci ha regalato tantissima visibilità a livello internazionale, permettendoci quindi di lavorare poi per diversi clienti senza che ci fosse una conoscenza diretta. Sostanzialmente, se non fosse arrivato il lavoro per il New York Times difficilmente avremmo fatto molti dei lavori che abbiamo fatto dopo e non avremmo forse avuto modo di sviluppare così tanto la nostra attività in questo ambito. Ci ha aperto quindi la strada alle collaborazioni con altri magazine come il tedesco Nido, M Magazine di Le Monde, Hemispheres Magazine – rivista di bordo della United Airlines -, Popular Mechanics e Wired Italia e con altri clienti come Emergency e agenzie per cui abbiamo realizzato infografiche per Microsoft, USPS – sistema postale americano, GDPocker, …
Entrando più nel dettaglio, il lavoro fatto in collaborazione con il Design Director Arem Duplessis e gli Art Director del New York Times Magazine per la rubrica “Acts of Mild Subversion” è stata la realizzazione delle infografiche di apertura per gli articoli: How to Beat the Salad Bar”, “A Better Way to Measure Twitter Influence”, “Wednesday Night is Right for Loving” e “How to Beat High Airfares”. L’intento redazionale di questa rubrica è quello di offrire, attraverso la raccolta e la lettura di dati statistici, al consumatore l’opportunità di trarne vantaggio nella sua vita quotidiana.
L’idea è che i dati vengano troppo spesso usati da tutte le realtà economiche con cui il consumatore ha a che fare (dalla compagnia telefonica al consulente finanziario) e – purtroppo – solo raramente nel suo interesse e che non vengano invece quasi mai dal consumatore stesso per farsi furbo e “reagire”.
L’articolo è breve, i dati sono centrali. Si è trattato quindi da un lato di interpretare al meglio, attraverso un’analisi del testo e dei dati, quali fossero le informazioni fondamentali da far emergere (è quasi sempre necessario definire delle gerarchie e delle priorità di rappresentazione), dall’altro di trovare un linguaggio grafico semplice, accessibile, morbido per definire con semplicità il tema dell’articolo e avvicinare il lettore. L’infografica diventa quindi un elemento di apertura dell’articolo, di introduzione, mantiene quindi la funzione primaria dell’illustrazione (quella di alleggerire il tono e di creare un punto di accesso ai contenuti che abbia di per sé una certa valenza estetica) e costutuisce contemporaneamente uno spazio di approfondimento dei contenuti, integrandoli con il livello analitivo “neutro” e “oggettivo” dei dati. Il lavoro è stato quindi la costruzione di equilibrio fra un’approccio di insieme che fosse “sintetico” e un approccio puntuale, analitico, meno visibile ma comunque molto rilevante.
Dopo la prima fase di analisi e debrief e la definizione degli obiettivi, si è iniziato a dare una forma visiva ai diversi livelli gerarchici delle informazioni, elaborando un linguaggio visivo in linea con il tono e gli intenti della rubrica che fosse in qualche modo distintivo e che tenesse conto del restyling del magazine in corso (realizzato da Matt Willey di Studio8 insieme al design director Arem Duplessis) Per ogni tema ci sono diverse metafore che possono essere utilizzate per “accogliere” e veicolare i dati, in alcuni casi abbiamo sottoposto al cliente diversi draft in modo che potessero scegliere, insieme al giornalista, la metafora più adatta. Il cliente è in qualche modo sempre parte del design team, la sua influenza (positiva o negativa che sia) sul progetto non è mai trascurabile. Questa forse è l’ennesima ragione per cui questo progetto è stato per noi davvero interessante, le persone con cui abbiamo lavorato – anche se ad enorme distanza – si sono rivelate davvero fantastiche.
Come scegliete una palette di colori per una mappa o per un’infografica?
Non esistono cromie di riferimento se non in casi particolari legati strettamente al contenuto come ad esempio l’infografica su twitter che abbiamo fatto per il nytimes. La scelta delle cromie si lega spesso al contenitore dell’innografia. Ciò significa che, nel momento in cui ci avviciniamo ad un progetto, non lo consideriamo come un artefatto a sè stante bensì come parte del contenitore (la rivista, il libro o la brochure etc) che lo conterrà; é quindi utile analizzare il contenitore per capire quali potrebbero essere le cromie di riferimento, ma non solo, anche il linguaggio grafico che meglio si adatta. In ultimo vince, come dicevamo anche prima, il senso estetico, il momento, oppure un riferimento particolare di un’immagine o qualcosa che ci ha colpiti.
Vista l’attualità del tema non possiamo non chiedere anche a voi …cosa pensate dell’identità di Vignelli per la città di Salerno? e del marchio per il ministero dell’interno di Inarea?
La cosa più deludente di tutte, al di là del logo in se e del costo (dettagli non da poco), è il fatto di aver saltato a piè pari il vincitore del bando ed essersi rivolti ad una super firma. Siamo un po’ scoraggiati dalle gare, dai bandi pubblici e dai risultati che vediamo in generale.
Per quanto riguarda il logo di Inarea…che dire…a volte siamo talmente bombardati da input visivi, soprattutto facendo questo lavoro. La nostra quotidianità è il continuo aggiornamento, vediamo una quantità tale di riferimenti e siamo soggetti ad una quantità di input così elevata che purtroppo, a volte, può succedere inavvertitamente di usare qualcosa di già visto o di fare qualcosa che qualcuno ha già pensato.
Di seguito immagini relative a
Le monde (img1,4), hemisphere ,la rivista di bordo della united airlines (img 2), wired (img 3),  immagine coordinata di labexp, spin off della facoltà di economia dell’ università di parma (img 5-6), Pony Bar (img 8,9,10,11), formulabruta (img 12), kernel festival (img 13), NYTtwitter (img 14). L’immagine n15 è un’infografica che rappresenta la company profile di S2e, una società che si occupa di consulenza informatica: è stata fatta seguendo le linee guida dell’immagine coordinata che La Tigre sta ristudiando per loro. 

Daniele De Battè – Artiva Design

Qual è il vostro approccio a nuovi progetti?

Parlare Parlare Parlare
Disegnare Disegnare Disegnare.
Cerchiamo di consegnare al cliente il miglior design possibile, curando il progetto in ogni dettaglio e ponendoci domande quali:
A chi è rivolto?
Cosa ci piacerebbe vedere?
Come ci vorremmo promuovere?
Qual è la migliore soluzione?
L’intento è quello di creare un segno libero dal proprio tempo, non complesso, lineare e “sincero” e soprattutto  essere coerenti con la nostra metodologia.

Ho notato che all’interno dei vostri lavori c’è una prevalenza dell’utilizzo del bianco e nero, è puramente una scelta stilistica?
La scelta del bianco & nero oltre che una scelta stilistica e di gusto personale è il riflesso del nostro pensiero.
Un foglio bianco e una penna nera…niente di più.
Partiamo dalla composizione ed elaboriamo la forma. Ciò che per noi ha maggior interesse è l’equilibrio degli spazi bianchi.
L’assenza del colore è un vincolo prezioso che rivela solo l’ essenziale, una regola che contribuisce a mantenere il contrappunto tra due “voci”compositivamente interdipendenti. Come in musica, la struttura è basata su una formula matematica, una griglia geometrica formata da elementi primari che si armonizzano in sistemi più articolati. Questo si può osservare anche in natura, dove rigorosi schemi semplici formano strutture molto complesse. Strutture che però hanno bisogno di “assenze” per creare ritmo e regolare gli spazi. In musica il silenzio è importante, quindi l’assenza è la vera soluzione della composizione. Nel disegno tipografico lo spazio negativo dei caratteri “lega” le lettere in modo ritmico e armonico .
L’assenza e il vuoto sono gli elementi fondamentali che caratterizzano le nostre composizioni.
Assenza & presenza
bianco & nero.
C’è qualche progetto in particolare di cui vorrebbe parlarci?
Particolarmente apprezzato è stato il progetto “Lettera 22” (Documentario su Adriano Olivetti).
Siamo partiti dallo sviluppo di un monogramma identificativo e incisivo, conferendo al 22 una linea sinuosa, a ricordo del nastro inchiostrato della mitologica macchina da scrivere.
Questo marchio ha risolto da solo l’intera immagine dei manifesti, locandine, inviti, DVD e tutto il materiale promozionale.
La storia della Olivetti si potrebbe raccontare anche attraverso le meravigliose locandine e pubblicità, curate da artisti e grafici di livello internazionale, come Giovanni Pintori che in modo innovativo sviluppò messaggi grafici di impatto.
Questi messaggi di apertura che Olivetti lanciò già dagli anni 30 sono stati utili per sviluppare le basi della nostra nuova linea grafica.
Cosa  pensa del panorama attuale della grafica in Italia?
Siamo molto contenti di vedere che il”sottobosco” grafico si sta rigenerando.
Personalmente ho notato che c’è una particolare attenzione all’uso dei caratteri tipografici e alla composizione che ricorda la classica ma mai tramontata scuola di Ulm (Hochschule für Gestaltung),
della quale facciamo tesoro anche noi.
Insomma, si ritorna ai sani principi di una buona composizione e di un buon progetto sviluppato su basi solide. Per citare  Max Bill “Form, Function, Beauty = Gestalt”.
Il lavoro del grafico non dovrebbe limitarsi ad eseguire le richieste dettate dal cliente, ma dovrebbe essere anche un impegno ad informare e “istruire” rendendo il committente partecipe al progetto,
attraverso la consapevolezza di quello che comporta il processo creativo, così da disciplinare il suo occhio alla visione e migliorare la comunicazione tra le parti.
Quali sono i grafici e studi a cui si ispira, se ce ne sono?
Come ho già detto per noi la scuola di Ulm è stata di grande ispirazione, figure come Otl Aicher hanno influenzato il nostro modo di progettare e non meno influenti sono state la Bauhaus e la Vechutemas (suprematismo e costruttivismo).
Altre figure importanti sono state Josef Muller Brockmann, Armin Hofmann, Josef Albers e Wim Crouwel, ma anche artisti come Sol Lewitt per le sue concettualità e Malevic per il suo “Quadrato nero” (1915)  che segna un punto fondamentale nella storia, un’opera senza tempo.
Anche la musica ha sempre avuto un’influenza sul nostro lavoro, è solo ascoltando, osservando e facendo che si impara. Un altro dei concetti fondamentali nel quale abbiamo sempre creduto è la multidisciplinarietà, non esistono pareti che dividono Architettura, Arte, Grafica, Musica ecc… Un palazzo può comunicare un messaggio come lo può comunicare un manifesto.
ARTIVA DESIGN