Mattia Bonanomi – Error 404 | Not found!

Ciao Mattia raccontaci un po’ di te e della tua formazione, come sei arrivato al St.Martins di Londra?

La mia formazione inizia all’Isitituto Europeo di Design, a Milano, dove ho studiato per 3 anni dopo aver frequentato il primo anno al corso di laurea in Ingegneria Informatica presso il Politecnico. Non ha funzionato benissimo, ma mi ha fatto nascere la passione per la computer art e mi ha dato un’infarinatura di base sulla programmazione – cosa che ho trovato molto utile più avanti, quando mi sono messo a disegnare font.
Lo IED mi ha fatto conoscere un mondo che non conoscevo e mi ha dato i mezzi per coltivare quella che poi sarebbe diventata una passione enorme.

Tuttavia, all’inizio del terzo anno sentivo la necessità di cambiare il modo in cui mi approcciavo ai lavori che intraprendevo. Lo IED ti da una formazione “tecnica” molto solida – grazie alla quale sei preparato ad affrontare le problematiche progettuali complesse di un lavoro – ma ho avuto la netta sensazione che glissasse su un aspetto fondamentale: la radice, l’essenza del perché un lavoro nasce, cosa spinge a migliorarlo…
La parte di ricerca pura insomma.
Ho avuto l’incoscienza di provare l’application per la Central Saint Martins a Londra e la fortuna di essere selezionato, quindi una volta laureato, nel giro di un paio di mesi sono partito.

Una delle maggiori differenze che ho trovato tra le due scuole è stato l’approccio progettuale: i brief di un lavoro allo IED erano principalmente del tipo “disegna un logo per (x)” e venivano giudicati in base a caratteristiche tecniche/qualitative, mentre alla St.Martins ci chiedevano di prendere parte a un “dibattito”, assumere una posizione e difenderla attraverso i nostri lavori. Il concetto alla base di un lavoro e il suo processo erano quasi più importanti del risultato.
Entrambi questi aspetti hanno sia lati positivi che negativi: ho conosciuto designer a Londra che non avevano idea di cosa fosse un manuale d’uso, non sapevano che i loghi in versione piccola devono essere ridisegnati rispetto allo stesso logo in dimensione normale e via dicendo.

Guardando fra i tuoi lavori quello che di più mi aveva incuriosito, era il 404 project…Come mai questo nome? Ci parli un po’ di come nasce il progetto e di come si sviluppa?

Il progetto è una collaborazione tra me e Charles Hoel – un amico e compagno di corso che ora lavora a Shanghai – e nasce come lo sviluppo pratico delle tesi che abbiamo sviluppato alla St.Martins.
È un progetto di ricerca che prende spunto da discipline e tematiche molto complesse e diverse tra loro (sociologia, urbanistica, architettura), con il fine di realizzare una panoramica sul wayfinding e l’utilizzo dello spazio nella società contemporanea. Non vuole essere una soluzione a un problema, ma una base per l’inizio di una discussione… Potremmo definirlo la fase “alpha” di qualcosa di molto più interessante.

Ci siamo chiesti se, dopo l’avvento di tecnologie come il GPS – che ci permettono di avere un’accuratezza, portabilità e dettaglio di informazioni mai raggiunti prima – avesse ancora senso insistere con le metodologie convenzionali di segnaletica, o se piuttosto non fosse il caso di fare un passo indietro e ripensare il sistema usato fino ad oggi per trovare delle alternative meno invasive e più “sensoriali”.
Prima ancora di fare questo abbiamo cercato di chiederci come veniva utilizzato lo spazio attorno a noi e che tipo di informazione fosse veramente necessario mostrare a seconda del luogo in cui ci troviamo.

Il nome, The 404 Project, prende spunto dal codice di errore dei browser che segnala l’impossibilità di trovare una determinata pagina/elemento su un server.
È un’interruzione nel collegamento: ci sembrava la metafora perfetta per rappresentare un progetto che, in parte, cerca anche di seguire l’estetica del “perdersi”, la sorpresa della scoperta.

Abbiamo quindi pensato alle proiezioni come al mezzo ideale per creare una “poetica dello spazio” e abbiamo disegnato un font che potesse essere il più leggibile possibile in caso di interferenze nella proiezione. Il 404 è la raccolta di tutto questo, con interviste a Phil Baines, Philippe Daverio, Andrea Branzi e Alain de Botton – interviste che ci hanno letteralmente aperto un mondo.

C’è qualche altro tuo progetto di cui vuoi parlarci a cui magari tieni in particolare?

Un progetto che mi ha preso tantissime energie è stato quello dei font sulle città italiane, che ha generato 3 caratteri tipografici: Milano, Roma e Firenze.
Ciascuno di questi caratteri è una reinterpretazione in chiave contemporanea dei caratteri tipografici che hanno reso celebri queste città.

Roma, con la nascita dell’alfabeto latino così come lo conosciamo; Firenze, culla dei caratteri tipografici umanisti; Milano, che con il Futurismo e la sua geometria radicale ha aperto il periodo delle avanguardie artistiche.

Ho passato mesi alla St.Bride’s Library (un posto fenomenale) a fare ricerca ed è venuto fuori qualcosa su cui lavorare a lungo.
Il progetto è nato dalla voglia di rispolverare l’immensa tradizione tipografica italiana, tradizione che spesso siamo inclini a dimenticare.

Una caratteristica molto interessante nei tuoi progetti è la casualità, intesa come generatrice di un’estetica radicale. Da dove nasce l’esigenza di esprimersi attraverso questo fattore imprevedibile e incontrollabile?

Sono sempre stato affascinato da un’idea di “estetica” non prettamente convenzionale.
Molto spesso il termine estetica viene usato a sproposito per definire banalmente “ciò che è bello”… Tuttavia credo che così facendo si rischi di cadere in una dinamica soggettiva.

Credo che, in un mondo dove i canoni di bellezza sono così controllati, abbia senso ricercare il bello laddove vi sia una sorta di “purezza” creativa, lasciando che l’evoluzione naturale di un determinato processo sia parte integrante del risultato finale.

La casualità, l’imprevedibilità, ciò che sfugge al nostro controllo: questo è quello che rende interessante un lavoro. A chi non è capitato di trovare la soluzione a un problema progettuale da un errore? in inglese ha un nome, è “happy accident”.
Questo fattore può generare qualcosa di bello o brutto, morbido o duro, graduale o violento, ma resterà sempre democratico.

Come mai la scelta di tornare in Italia?

Sono tornato perché credo che in una situazione come quella che viviamo oggi si aprano infinite opportunità, opportunità che bisognerebbe essere in grado di sfruttare.
Molti guardano all’estero un po’ come alla “terra promessa”, una sorta di paese dei balocchi dove tutti i problemi che ci sono in Italia sono risolti e tutto funziona alla perfezione.

Secondo me la verità sta nel mezzo: è vero che l’Italia è un paese pieno di problemi, ma spesso si tende a trascurarne gli enormi punti di forza. Il fatto di non avere uno spirito “nazionalistico” ad esempio è sia un punto debole – perché siamo pronti a saltarci alla gola a vicenda per un nonnulla – sia un punto di forza: il nostro è il paese dei Comuni, raramente si trovano così tante storie, culture e differenze a pochi chilometri di distanza.

Credo che l’Italia abbia un potenziale pazzesco e che valga la pena di costruire qualcosa qui, piuttosto che correre dietro la prima sirena estera “solo perché all’estero”. Poi ovviamente vado dove c’è lavoro, ma deve valerne la pena.

Attualmente a cosa stai lavorando?

Al momento sono presissimo da diversi progetti commissionati e purtroppo ho poco tempo per dedicarmi alle cose che vorrei fare.
Mi piace sporcarmi le mani con il mio lavoro, secondo me l’aspetto manuale nell’era digitale è fondamentale ma, purtroppo, tremendamente sottovalutato. Le scuole non hanno laboratori di letterpress, di serigrafia, al massimo qualche workshop qua e là. Le cose migliori nascono ancora dall’analogico – che non vuol dire necessariamente tornare a squadrare i fogli e disegnare tutto a mano: il computer è uno strumento pazzesco, ma resta pur sempre uno strumento. Non dovrebbe essere il punto di partenza di tutto.

Vorrei trovare un buon laboratorio di serigrafia dove affittare un tavolo e lavorare su quel che mi passa per la testa, o per lo meno continuare i progetti che avevo iniziato mentre ero alla St.Martins.

Ho iniziato un tumblr, “Il Matto”, che uso come archivio di ispirazioni, varie ed eventuali… Poi sto mettendo giù una bozza per un progetto non strettamente legato alla grafica, infine vorrei finire di digitalizzare almeno Milano e Roma, font che vorrei vendere prima o poi, magari fondando una foundry digitale.
Insomma, tanti progetti e pochissimo tempo per portarli avanti…

Come ti poni in merito l’impiego di materiali eco compatibili come inchiostri a base vegetale, carta riciclata ecc. Li hai mai utilizzati per qualche progetto cerchi di richiederne l’utilizzo al cliente?

Mi è capitato spesso di usare carte riciclate per un progetto, ma devo ammettere che è stato più per “coerenza progettuale” che per un discorso ecologico.
È comunque qualcosa a cui fare attenzione, ma ci sono casi in cui l’energia utilizzata per il processo di riciclo della carta è perfino superiore a quella utilizzata per produrne di nuova.
Il problema per esempio della deforestazione viene solo in piccola percentuale dalla raccolta di carta, per la quale vengono spesso usati scarti di legno usati in altre lavorazioni (mobili, ecc.).

Inoltre mi è capitato di notare che, purtroppo, molto spesso i clienti hanno una logica esclusivamente orientata ai costi: di fronte a un prezzo più basso (nel caso degli inchiostri non vegetali) il resto passa in secondo piano.

Credo che il cambio di mentalità debba partire dalla base, dovrebbe nascere una cultura del rispetto dell’ambiente con un’ottica più ampia… Noto comunque una consapevolezza verso queste tematiche che si sta sviluppando molto più rapidamente rispetto a pochi anni fa e questo è importante.

Mattia Bonanomi

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