Subtitle

Come nasce Subtitle?  Subtitle nasce a New York nel 1995 dall’incontro di tre grafici, due irlandesi e un’italiana, che dopo vari anni di esperienze presso studi e agenzie decidono di mettersi in proprio. Paul n.1 proveniva dal dipartimento marketing di Newsweek, Paul n.2 dal publishing, Alessia da uno studio grafico specializzato in branding per aziende di design.

Beh, un bell’assortimento… Una combinazione mal assortita in quanto tutti e tre art directors ma con una rete di collaboratori, copywriters, fotografi, producers, costruita nel tempo. Abbiamo scelto di rimanere uno studio piccolo per mantenere una maggiore libertà e coltivare l’aspetto creativo del nostro mestiere a scapito di quello imprenditoriale. Troviamo che la collaborazione con professionisti esterni oltre a offrire un servizio maggiormente personalizzato per i nostri clienti sia particolarmente stimolante perché ci permette di confrontare punti di vista ed esperienze sempre diverse.

Come avete fatto a coniugare tre visioni e sviluppare uno stile riconoscibile? Il nostro approccio progettuale ha in ogni caso fatto si che lo studio sviluppasse uno stile ben definito, incentrato sull’essenzialità e la semplicità con cui il messaggio viene comunicato senza però rinunciare agli stimoli emotivi necessari per catturare l’attenzione e gratificare l’utente. Colore, forma, materiali, textures concorrono sempre a creare il ritmo e il feeling con cui il messaggio viene percepito, ma in modo sottile e minimale. E’ la miscela dei vari elementi che ci interessa. Tipograficamente ci concentriamo sulla leggibilità e siamo affezionati a pochi caratteri tranne quando progettiamo marchi o packaging. Dopo la fase di ricerca ed esplorazione lavoriamo spesso in sottrazione, eliminando tutto ciò che appesantisce inutilmente e mantenendo solo ciò che è essenziale alla comunicazione.

Non è quindi un caso che Sony vi abbia scelto per il lancio di Cierge, il servizio rivolto ai loro clienti esclusivi… Il progetto richiedeva una comunicazione understated ma coinvolgente e noi facevamo al caso loro. Ci hanno scovato grazie al progetto Room, uno dei primi magalogue (magazine meets catalogue) che si proponeva di vendere mobili e accessori d’interni su catalogo.

Quando siete “tornati” in Italia? Nel 2006 abbiamo aperto lo studio a Cagliari mantenendo la collaborazione con lo studio di New York soprattutto sui progetti editoriali per case editrici quali Rizzoli e Random House. Mi piacerebbe poter dire la trendissima frase “si dividono tra l’Italia e New York” ma in realtà ora quando partiamo ci dirigiamo sempre più a est, con New York comunichiamo solo via email e skype.

Come vi trovate in Italia? Passare da New York a una piccola città in un’Italia che sprofonda non è certo una scelta dettata dalla carriera ma dopo anni di adattamento, soprattutto alla burocrazia, sta mostrando i suoi vantaggi e stimoli.

Vista la diversità del tessuto sociale, politico,culturale,… è cambiata la tipologia dei progetti?  Da progetti corporate e di design siamo passati al settore turismo e sviluppo del territorio. I budget ridotti ci hanno portato a espandere il nostro raggio d’azione. Sempre più spesso realizziamo le fotografie e ora stiamo eseguendo la regia del nostro primo documentario. L’importanza prevaricante del digitale ci spinge a utilizzare nuovi elementi come suono e movimento. La comunicazione non è più lineare, come una brochure che si sfoglia, ma deve avvenire tramite vari media simultaneamente, usare molti linguaggi.

Immagino che sia cambiata anche la tipologia dei clienti, o è come a NY? A New York è facile specializzarsi in un settore. I clienti, anche i più piccoli, hanno esperti di marketing validissimi all’interno delle proprie società e si avvalgono quasi sempre di collaboratori esterni per la comunicazione. In Italia, e in Sardegna in particolare, abbiamo scoperto che regna l’approssimazione, che il marketing è spesso svolto dal titolare della società il quale ha poco tempo e troppi pensieri per sviluppare una strategia di marketing e un briefing esaustivo. Ti ritrovi perciò a fornire consulenze che vanno oltre il progetto di comunicazione per cercare di dare ordine e focus e perciò incisività al progetto. Con questo non voglio dire che non ci sono professionisti validi ma che il lavoro è sempre complicato da una macchina lenta e da tanti ostacoli economici, politici e burocratici.

Abbiamo un amico in comune, Justus Oehler, che mi dice che avete fatto un progetto interessante per il T Hotel.  Me lo racconti? Il T Hotel è stato un progetto gratificante soprattutto per la sintonia con il committente che ha riconosciuto e rispettato la nostra professionalità, agevolando il nostro lavoro. Li abbiamo seguiti dallo start up fino alla fase di affermazione della loro immagine e presenza sul mercato. Il logo è stato progettato da Pentagram Berlino e da lì siamo partiti noi. Abbiamo definito le linee guida della comunicazione, dall’immagine coordinata al materiale promozionale alla pubblicità. L’architettura contemporanea e ricca di colore è stata affiancata da un’immagine fresca e dinamica, da immagini e parole che rappresentano uno stile di vita internazionale.

E invece il libro Volti Parole? Rappresenta il massimo della libertà creativa. E’ stato un progetto in condivisione che raggruppa storie di vita in un’Italia che cambia. Ci sembrava una buona causa e così abbiamo contribuito con il progetto grafico e con alcune immagini.

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