Leonardo Sonnoli

Perché hai scelto di diventare un graphic designer?

Non ho proprio “scelto”. Soprattutto perché a 19-20 anni non avevo la minima idea di cose fosse un graphic designer. Sapevo che mi sarebbe piaciuto fare qualcosa che avesse a che fare con l’arte, la fotografia, l’architettura. Ma non avevo le idee chiare. Mi iscrissi a Lettere-Storia dell’Arte e frequentai un anno. Poi lessi su una rivista femminile di mia madre un articolo sull’Isia di Urbino. Provai a chiedere informazioni al telefono e a qualcuno in giro; mandai la domanda e andai a fare l’esame d’ammissione. Con grande sorpresa mi presero. Dopo due anni dovetti lasciare per fare il servizio civile e in quel periodo conobbi Pierpaolo Vetta e Paolo Tassinari. Mi proposero di collaborare gratuitamente con loro, la sera (anche la notte…). Tornai all’Isia per concludere gli altri due anni con le idee molto più chiare.

Poi scoprii un libro di Hans Rudolf Lutz che mi accese la passione per la tipografia. Gli scrissi e lui mi mandò in regalo un sacco di libri che editava, disegnava e produceva con la sua casa editrice. Quello volevo fare anch’io.

Nell’ultimo Design Per a Cagliari hai parlato a lungo della responsabilità dell’essere un docente di graphic design. Che tipo di insegnante cerchi di essere?

Poco importa come cerco di essere ma come sono veramente. Questa è una domanda che bisognerebbe girare ai miei studenti.
Da parte mia posso dire che non riesco a ripetere sempre le stesse lezioni ma ho bisogno di cambiare. Non per non annoiarmi ma perché la didattica in questo campo bisogna inventarsela e io sono sempre alla ricerca di migliorare, possibilmente. Penso spesso a una frase di Albe Steiner letta chissà dove: “Quello che abbiamo imparato in vent’anni dobbiamo trasmetterlo agli studenti in tre anni”. Non sono per nulla certo che il numero di anni sia quello, ma fa lo stesso. Il senso è questo: dobbiamo essere il volano per lanciare la nuova generazione. Esattamente quello che è mancato alla mia generazione.

Nei tuoi lavori si percepisce molto movimento, come se gli elementi si stessero per modificare.

L’idea di modificare una stessa identità nel tempo, di fare delle identità dinamiche, fa parte della cultura grafica del nostro tempo. Ma non è un dogma. Talvolta è per comunicare un’idea di dinamismo, talvolta è necessario a comunicare una mutazione.
Uno dei primi modelli che ho preso è stato Piet Zwart. La sua passione per il cinema la traduceva anche in una pagina stampata e il suo lavoro è uno di quelli che mi ha sicuramente segnato.

Quanto è importante lo “spazio negativo” nel design?

Detto così sembra ti riferisci al “lato oscuro del design”.
Oppure potrei intenderlo come tutto quello che non è design o dove non c’è il design. Ma probabilmente intendi il disegno dei pieni rispetto ai vuoti.
Beh, andiamo con ordine.

1. Il “lato oscuro del design” potrebbe essere l’importante committenza pubblica e privata che sceglie un designer grafico senza avere la competenza specifica per farlo.

2. I luoghi e i contesti dove non c’è il design sono molto utili a capire a che cosa serve il design. Tornando ai libri ricevuti da Lutz, uno si chiama “Edmonton Journal”: Lutz ha tolto da tutte le pagine di un quotidiano tutto quello che era tipografico. Il risultato è straordinario sia per la composizione spontanea che ne deriva sia per comprendere cos’è la tipografia.

3. Non devo certo spiegarlo io che si progetta attraverso i vuoti. Basta andarsi a vedere Henry Moore o Brancusi che hanno più titolo di me. O basta ammirare il lavoro di un “punch cutter” che incide in negativo un carattere per il piombo.

Cosa ne pensi dell’attuale situazione della grafica in Italia?

Credo sia meglio cercare di migliorarsi nel proprio lavoro che pensare alla situazione della grafica in Italia. Quella “situazione” migliorerebbe.

Leonardo Sonnoli
Febbraio 2012

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