Elyron – The museum of everything

The Museum of Everything è stato fondato a Londra nel 2009 dal regista e collezionista James Brett. L’esibizione è stata caratterizzata da più di 800 lavori individuali, da oltre 100 artisti autodidatti. The Museum of Everything alla Pinacoteca Giovanni Agnelli di Torino è stata concepita come un’installazione in work in progress. Lo studio Elyron ha realizzato per l’esposizione il sistema di segnaletica per cui si è aggiudicato il Gold Prize agli European Design Awards 2011 nella categoria Sign & Displays.

Per Elyron, Roberto Necco.

– Salve Roberto, come nasce il progetto per il “Museum of Everything”?

In modo molto semplice. C’era “banalmente” il bisogno di progettare un apparato grafico per la mostra: il fatto era che la mostra si stava letteralmente costruendo da sola sotto i nostri occhi, secondo un processo di aggregazione e accumulazione quasi spontanee. Quando sono entrato per la prima volta negli spazi della pinacoteca nelle primissime fasi dell’allestimento sembrava di essere in un gigantesco e meraviglioso magazzino, le opere d’arte si accumulavano, strutture in legno del tutto improbabili cominciavano a sorgere qua e là, tutte le persone coinvolte nella costruzione dello spazio sembravano decidere autonomamente il da farsi. Ovviamente non era proprio così, ma l’approccio pareva quello, e il clima era fantastico anche se il caos sembrava ingovernabile… Credo che questo particolare contesto sia stato il principale fattore di ispirazione per il nostro progetto.

– All’interno dell’iter progettuale come vi siete coordinati con le altre figure professionali che vi affiancavano, come il fondatore del museo, James Brett, e l’architetto Marco Palmieri?

Il rapporto tra noi è stato di assoluta fiducia. Del resto era impossibile prevedere con precisione cosa avremmo realizzato. Una volta stabilite le poche regole base del progetto, abbiamo preso un bel respiro e siamo partiti senza esitare. Di fatto, noi grafici seguivamo a ruota la realizzazione della mostra, coprendo gli spazi che ci sembravano vuoti e intervenendo dove ci sembrava necessario, interagendo direttamente con l’allestimento. La mostra è stata costruita utilizzando quasi completamente materiale di recupero, comprese le casse di imballaggio delle opere d’arte. Talvolta si decideva insieme cosa fare, talvolta ci trovavamo dinanzi alle pareti compiute. È stato un divertimento pazzesco, il sogno di ogni bambino. In queste prime fasi della realizzazione ci è venuto in mente che il disegno delle frecce potesse andare oltre il puro aspetto funzionale di indicatore di direzione, diventando uno degli elementi chiave della comunicazione della mostra. Credo di non esagerare affermando di avere disegnato qualche migliaio di frecce.

– Così come riportato dall’articolo sul vostro progetto nel sito degli ED Awards,  l’improvvisazione è stata la chiave del vostro lavoro: come avete affrontato la progettazione di questa segnaletica non proprio “convenzionale”?

Lasciandoci portare dall’onda. All’inizio abbiamo anche provato a fare degli schizzi preparatori, poi ci siamo accorti che il risultato non era migliore, anzi l’eccesso di controllo poteva essere controproducente. L’allestimento della mostra del resto rispecchiava perfettamente questa modalità di approccio. Devo puntualizzare però che, nell’improvvisazione, tutto seguiva un flusso di coerenza assoluta: era una specie di paesaggio mentale ancor prima che fisico. Il “ricordo” di uno sbalorditivo deposito di opere d’arte realizzato sotto i nostri occhi.

– Come ci si sente a ricevere un riconoscimento così tanto importante come quello degli Ed Awards?

Credo un po’ spaesati, insomma, di norma la grafica non riceve grandi attenzioni mediatiche. È stato strano salire su un palco e venire applauditi per aver fatto un progetto grafico.

– Un ultima domanda: possiamo chiederle, vista l’attualità dei temi, cosa ne pensa del sistema di identità disegnato da Vignelli per la città di Salerno?

E del marchio del ministero dell’interno di Inarea? 

Non so giudicare la bontà di un logo, o di un intero sistema di identità, a prescindere dal contesto. Questa è la risposta diplomatica e politically correct. Ma credo che lo strumento logo sia largamente sopravvalutato. Non voglio per nulla fare una lezioncina (non sono davvero in grado di farla) ma credo che un logo debba essere collegato a una merce. Quando vedo proliferare logotipi per città, o per enti, o istituzioni pubbliche, la prima domanda che mi viene è che cosa vendono questi?

E quindi: quale merce dovrà mai marchiare il logo di una città? Un consorzio turistico, un ministero, un paese possono diventare più interessanti e efficienti solo perché dotati di un logo? E solo perché questo logo abbellirà un sito internet e qualche depliant? Quasi ovvio, poi, che alcuni di questi logotipi risultino graficamente imbarazzanti o sbagliati: probabilmente sono soltanto inutili.

Elyron.it

Foto di Andrea Guermani. 

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13 commenti on “Elyron – The museum of everything”

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