Intervista a Happycentro

Come nasce happycentro?

Cerchiamo di fare della diversità un valore. Alcuni di noi hanno una formazione più tecnica, altri più umanistica, c’è un fotografo tra noi, che è anche un architetto, e il suo approccio a tre dimensioni è sempre in grado di aggiungere profondità al nostro sguardo. C’è chi, pur non avendo una formazione specifica, si dedica più all’illustrazione, chi più alla grafica e alla tipografia, c’è poi chi non ha mai davvero interiorizzato il passaggio dalla fanciullezza all’età adulta e prova continuamente ad approcciarsi al lavoro come lo faceva con il gioco all’asilo. In buona sostanza, a parte i diversi percorsi scolastici, sembra banale dirlo, ma la formazione è avvenuta tutta sulla nostra pelle, lavorando sodo, mettendoci in gioco.
Ci piace definirci una bottega artigianale più che uno studio di design.

La ricetta della casa?

Premesso che, inspiegabilmente, il tempo che ci viene concesso per progettare è sempre più esiguo, cerchiamo di richiamare alla memoria suggestioni diverse e ritesserle assieme in funzione di nuove necessità. Ci piace accostare l’immagine del grafico a quella del remixer, capace di andare a riscoprire quella particolare sonorità e di combinarla con un’altra apparentemente lontana. Il melograno nell’arrosto non è il primo abbinamento che viene in mente ma provate, è davvero eccezionale!

Raccontaci un progetto che vi rappresenta.

In occasione di EuroShop 2011 ci è stato chiesto di ridisegnare il Company Profile di ALU società che da più di 25 anni opera nel settore del retail.Oltre a presentare le ultime novità frutto della ricerca sul prodotto, abbiamo cercato nuove soluzioni per comunicare i valori dell’azienda, i codici che ne determinano l’identità e la personalità, la capacità progettuale di seguire il retail in un processo che viene molto prima e va molto oltre il semplice allestimento degli spazi espositivi.
Da qui l’idea di spingerci in profondità, cercando di sintetizzare i concetti più complessi con forme e materiali semplici.
Nel corso dei primi colloqui sul progetto, ci hanno particolarmente affascinato le parole che l’azienda stessa ha selezionato per descriversi in una sorta di autoritratto.
Fissano già in maniera molto efficace le coordinate su cui tracciare un articolato racconto visivo.
Per dare forma ai concetti astratti abbiamo scelto di lavorare con la carta.
Parole chiave, icone e tipografie ricavate dal medesimo supporto.

Che tipo di limitazioni, se ci sono stati, vi sono stati imposti?

Il problema principale da risolvere era legato alla presentazione del prodotto. Abbiamo cercato il modo di far dialogare assieme materiali d’archivio difformi, realizzati in tempi e con scopi differenti. Invece di negare queste differenze abbiamo provato a evidenziarle ulteriormente, come spesso ci piace fare: allestendo una serie di ampi moodboard e poi rifotografandoli, stampando immagini su supporti in carta differenti e aggiungendo didascalie scritte a mano.
Altri elementi da valorizzare sono stati infine i bozzetti originali dei progettisti: convenzionalmente secretati negli archivi dell’azienda, li abbiamo recuperati e resi fruibili per testimoniare la potente continuità tra l’idea e la sua realizzazione. Un semplice filo rosso, snodandosi di pagina in pagina, lega assieme ogni tappa del percorso.

Qualcosa da aggiungere?

Per la confezione abbiamo scelto una bodoniana, il dorso e la sovracoperta sono stati ottenuti dallo stesso supporto dell’interno, in un continuo rimando di materiali. Per la copertina non abbiamo previsto l’uso del colore, optando così per un cartoncino spessorato, colorato in pasta, sul quale poi è stato impresso a secco il logo ALU. Così facendo abbiamo voluto creare un legame con le soluzioni adottate per lo stand, dove il marchio sarebbe campeggiato su supporti in alluminio, cemento grezzo e legno naturale. www.alu.com

Raccontaci di Sabadì, visto che lo avete appena finito.

E’ un marchio di Simone Sabaini registrato nel gennaio del 2010. Veronese, trasferitosi in Sicilia, a Modica, produce cioccolato artigianale alla “modicana” cioè lavorandolo a freddo. Questa lavorazione permette di preservare ed esaltare le proprietà, i profumi e i sapori delle materie prime di primissima qualità che provengono da commercio equo o presidi slow food. L’attenzione per i particolari e la cura dedicata a ogni fase della lavorazione, dalle ricette al confezionamento, abbiamo voluto si riflettessero nel progetto di identità da sviluppare. Le materie prime sono così importanti che fin dai primi studi sul packaging ci siamo concentrati sull’idea di dare un volto e poi un nome a questi prodotti. È venuto naturale immaginarli familiari, accessibili e sorprendenti proprio come il loro straordinario sapore.
Il target è il raffinato mondo gourmet, ma, in accordo con la filosofia slow living del brand, s’è voluto aggiungere un pizzico di irriverenza, illuminandolo con quello spirito ironico, proprio della nostra italianità. Siamo innamorati dei vecchi caroselli, del loro linguaggio spensierato e un po’ naïf che abbiamo cercato di rievocare in questo progetto.

Come avete scelto i colori e come li avete associati?

La scelta dei colori è stata semplice, abbiamo seguito ciò che ci suggerivano le diverse essenze a cui il cioccolato è abbinato: l’arancia rossa, il limone Interdonato, il mandarino tardivo di Ciaculli,… Abbiamo selezionato tinte molto accese per avere un risultato molto luminoso e per differenziare le confezioni nell’espositore da banco. www.sabadi.it

Se possiamo, vista l’attualità dei temi,
cosa pensate del sistema di identità disegnato da Vignelli per la città di Salerno?

Beh, innanzitutto sgombreremmo il campo dalla prima e più superficiale lettura del tipo “lo potevo fare anch’io”. Proviamo fascinazione per chi manifesta efficace capacità di sintesi. Ci sono progettisti in grado di descrivere un universo complesso utilizzando pochissimi segni.
Seguendo la presentazione di Vignelli, si riescono a rintracciare effettivamente alcuni interessanti esercizi di sintesi; l’effetto finale d’insieme appare però davvero poco convincente, soprattutto viste le premesse: uno studio così referenziato e un budget importante a disposizione.
Ecco mi soffermerei più su quello se posso, non tanto in virtù delle recenti sciagure in campo economico, quanto piuttosto per quello che credo si possa tranquillamente definire un costume, evidentemente nella grafica come in architettura, ovvero quello attribuire alle griffe valore assoluto in sé senza diritto di replica.
In realtà, il tentativo di far passare per prodigiosa e accessibile quindi solo a pochi eletti l’opera di un grande talento, è talvolta un banale espediente per supplire a una mancanza di pensiero critico da parte della committenza. Non è sempre così ma assistiamo spesso e ahinoi sempre più spesso in ambito di pubblico interesse, a scelte arbitrarie, poco o per nulla concertate, condotte con bandi di gara mal congegnati (o bene a seconda dei punti di vista) o lasciati cadere in un nulla di fatto, circostanze che lasciano un po’ di amaro in bocca. Su tutti ricorderei l’aberrante invenzione del brand Magic Italy, che tutt’oggi porta nel mondo l’immagine dell’Italia promuovendo la risorsa più importante che la storia ci ha consegnato, il nostro bel paese. Beh, se si presenta così…

e del marchio del ministero dell’interno di Inarea?

Qui la critica potrebbe essere tranquillamente più severa. Le scuse addotte per giustificare “le somiglianze” con l’idea preesistente, risultano davvero inconsistenti e poco credibili. Va in ogni caso sempre riconosciuto il valore del diritto di replica, anche perché in questo caso ha dato luogo, almeno parzialmente, a delle scuse formali. Rimane comunque l’imbarazzo per un organo istituzionale importante, un ministero, che si presenta ai cittadini e al mondo con un’immagine così vituperata. È in casi come questo che dovremmo riflettere, o tornare a farlo con più vigore, sul tema della responsabilità del progettista, che si tratti di un cosiddetto archistar o di un blasonato designer della comunicazione. Dobbiamo sforzarci di valutare con maggior severità l’impatto di un progetto sul contesto sociale e culturale, di qualsiasi natura esso sia, che si tratti di un grattacielo o di un poster; entrambi dovrebbero infatti concorrere a determinare l’identità di un luogo, di una cultura o di una comunità, con uguale dignità ma anche senso di responsabilità. Elogiati se fatti bene, criticati aspramente se fatti male. Oggi piuttosto, anche sfruttando i nuovi mezzi di comunicazione, potremmo e forse dovremmo sostenere energicamente il principio della libera partecipazione. Favorire per esempio un confronto collettivo sul recupero di un’ex area industriale o tentare esperimenti di grafica partecipata per coinvolgere la popolazione nella costruzione di un’identità pubblica davvero condivisa e rappresentativa di un dato luogo.

www.happycentro.it

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3 commenti on “Intervista a Happycentro”

  1. Onice Design ha detto:

    I ragazzi di HappyCentro (miei concittadini, peraltro) sono davvero in gamba. Ho avuto l’occasione di lavorare con loro per l’evento “ITER-Viaggiatori del Design” di qualche anno fa, a Verona, e sono dei fighi.
    PS: scopro adesso questo blog. Complimenti, ben fatto ed interessante. Non mancherò di citarti qua e là sul mio 🙂

  2. ElleRdesign ha detto:

    da Graphic designer…posso solo dire GRANDISSIMI… ottimi lavori, molto molto creativi e soprattutto sempre ben giustificati!! complimenti ancora x ALU, SABATI e anche altri che ho visionato con molta attenzione sul vostro sito… bellissimo anche solo vedere come lavorate. grazie


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